– Ciao come stai?

– Bene grazie e tu?

– Eh, insomma dai…

Quante volte siamo stati protagonisti di una conversazione simile? Probabilmente oggi vi è capitato almeno una volta, d’altronde si tratta di formule verbali che si ripetono in maniera rituale, come atto di cortesia reciproca. Ma quand’è che il “convenevole” diventa realmente “conveniente”? convenevoliLa mia proposta è di utilizzarlo in modo opportuno, nel senso originario di ob-portus, ossia quando riesce a portarci verso il rassicurante porto, avanti evitando di farci rimanere in stallo o in balìa di un mare in tempesta. Un mio amico e collega un giorno mi disse: “il meglio è nemico del bene“. Questa frase, quando la udii, mi colpì molto per la pertinenza rispetto al momento che stavo vivendo, in cui sentivo di non poter far nulla visto che credevo di non poter fare di meglio. Il fatto che la ricordi spesso, probabilmente, significa che il perfezionismo continua a bloccarmi in molte situazioni ancora, diciamo che mi ancora. Ho provato anche a sbarazzarmene ripetendomi che in fondo “chi si accontenta gode”, ma non ha sortito l’effetto desiderato. D’altronde, come succede spesso con gli aforismi, affidarsi alla loro potenza è ingenuo se lo si fà senza la consapevolezza del loro effetto boomerang.  Infatti, quanto più si è sicuri della loro veridicità tanto più deludente può essere scoprire la loro fallacia, venendo a sapere che l’accontentarsi è anche “la fiamma che si spegne nei nostri sogni“.

Le categorizzazioni linguistiche, quindi, non sono delle zone franche ma processi simbolici intrisi di dinamiche sociali e quindi soggetti ad errori e revisioni (Palmonari, 1995). Si tratta, infatti, di “correlazioni illusorie“, acceleratori che scatenano automatismi cognitivi che ci portano rapidamente a stabilire nessi di causa effetto fra eventi indipendenti e, magari, semplicemente coincidenti.

Ma allora, come fare per liberarsi dal peso di un silenzio imbarazzante o di una domanda scomoda che ci viene posta? In uno, nessuno e centomila modi! Tipica risposta da psicologi che fa infuriare l’interlocutore… Direi che, convenevoli e proverbi, quando vengono usati come sostituti di frasi dirette come “non voglio dirtelo“, “non lo so“, “come sempre”, “è inutile parlarne“, “non mi va di parlarne ora“, o anche, “non voglio parlarne con te”, riescono a non esporci o a non espprre l’altro a noi stessi, lasciando che la conversazione si spenga o si avvici al termine cortesemente. Ma può la cortesia essere più violenta della scortesia? In altre parole, è possibile essere scortese a fin di bene? Io credo di si e per questo citavo seriamente i “centomila” modi di pirandelliana memoria. Pensando al garbo, all’educazione, alla gentilezza, alla cordialità, alla delicatezza, al tatto, alla grazia, alla squisitezza, alla premura, alla disponibilità, all’attenzione, all’affabilità, al rispetto, al riguardo, al’ossequio, risulta difficile pensare che possano causare danno, tuttavia… Lasciando la razionalità da un lato, esplorando il vuoto fertile di questo pensiero assurdo, sento crescere in me una certa preoccupazione. All’interno della dimensione creata dagli assi ortogonali di “cortesia” e “violenza” avverto un’emozione che mi parla di un qualcosa che conosco bene, come la sensazione di “tirare avanti” mentre invece “ci si sta tirando indietro”. Cos’è? Vedo delle categorie che ingabbiano la realtà, costringendo le cose ad essere il loro nome… Sento crescere in me la voglia di andare oltre e sfidare gli opposti. Quand’è che il peggio può essere meglio? Quando il male è bene ? E viceversa? “Ringrazia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone…“. Qualcosa c’è ma ancora mi sfugge. Si può essere premurosamente scortese? E se si, quando? A voi sta venendo in mente qualcosa? Qualcosa che volete dire? Se lo avete, vorrei tanto che non fosse un convenevole o un proverbio…

gilbert-garcimPer ora concludo, aspettando anche i vostri commenti, prima di tornare sul tema. A proposito di tema, vi lascio con una chiusura pirandelliana, dopo l’uno, nessuno e centomila….

« La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo ».