Matisse-la danza

A poco più di un anno di distanza dalla prima parte di questo articolo, mi riallaccio al tema per approfondire ulteriormente il discorso su questa particolare strategia di empowerement personale. Il contesto è quello degli “atti linguisitici”, ossia del potere del linguaggio come strumento per agire sul mondo. Nell’articolo precedente, sulla Storia dell’Ontologia del Linguaggio, ho affrontato il tema della potere della parola, in quello di oggi vi parlerò del potere dell’ascolto.

In realtà l’ascolto è l’elemento fondamentale delle comunicazioni efficaci, e forse avrei dovuto presentarlo per primo. In ogni modo cercherò di recuperare, spiegandovi il perché sia essenziale se si vuole rendere la comunicazione armoniosa e piacevole per entrambie le parti.

Nel famoso modello di Roman Jakobson (1896–1982), linguista statunitense di origine russa, qualsiasi forma di comunicazione può essere rappresentata attraverso l’uso di sei elementi essenziali: mittente (o emittente), destinatario (o ricevente), messaggio (o contenuto), referente (o oggetto), canale (o mezzo) e codice (o linguaggio).

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Secondo tale modello, l’atto comunicativo si conclude con la ricezione del messaggio da parte del destinatario, come fosse una consegna. L’attenzione principale, dei due protagonisti della relazione riguarda, quindi, la codifica e la decodifica del messaggio, del suo codice, del referente e via dicendo. Questo modello offre un valido riferimento, tuttavia liquida in maniera un po frettolosa gli elementi di codifica e decodifica, associandoli alla mera comprensibilità linguistica del messaggio.

In realtà, oltre agli strumenti logico-razionali della parola, la soggettività del mittente diventa intellegibile per il destinatario solo quando quest’ultimo apre il suo canale percettivo. In altre parole, Jakobson sottovaluta il fatto che non vi sia peggior sordo di chi non vuole sentire.  L’ascolto, infatti, non è un qualcosa che esiste a priori, non è secondario o passivo rispetto alla parola, ma primario e degno di tutta l’attenzione dell’emittente. Rivedendo l’immagine precedente, noterete come anche la grafica enfatizza l’unidirezionalità della freccia blu. Da ora in poi, immaginate che questa freccia, invece del messaggio, rappresenti l’ascolto. Riassumendo, è imprescindibile che l’emittente, se vorrà essere ascoltato, ponga la sua attenzione sul destinatario, prima di iniziare a inviare i suoi contenuti.

analfabetismo-300x277Porre l’attenzione sull’ascolto non è evidente nella nostra cultura dove, generalmente, si pensa che il ruolo più attivo nella comunicazione sia la competenza di colui che parla o scrive. Pensando ad un buon oratore, la sua capacità di essere incisivo, il suo acume, è da subito associato alla suo essere erudito. Nel caso opposto, quello di un analfabeta, avviene lo stesso, ossia lo si associa a qualcuno che non è in grado di esprimersi correttamente, piuttosto che di ascoltare. Ma qual’è la reale maestria nell’uso del linguaggio?

Secondo l’Ontologia del Linguaggio:

è l’ascolto ciò che dà senso a quello che diciamo, non la parola.

L’importanza di questa dichiarazione sta nel cambio paradigmatico che propone. Qui, infatti, non si tratta solo di riconoscere l’importanza dell'”ascolto attivo“, termine introdotto dalla Psicologia Umanistica sia nel campo della psicoterapia che della risoluzione dei conflitti e della cura più in generale, ma di riconoscergli una funzione chiave, per qualsiasi tipo di comunicaizone. Tutti gli insegnamenti di Carl Rogers, riguardanti i comportamenti e gli atteggiamenti che preparano il destinatario ad ascoltare e a concentrarsi meglio su chi parla, aumentano così di rilevanza se inseriti in questo cambio di paradigma. La comunicazione efficace diviene una danza di coppia o di gruppo, in cui chi conduce deve sentirsi ascoltato per poterlo fare. Percepire l’altro in senso olistico, dare feedbak, ripetere, riformulare, verificare, parafrasare, indagare, empatizzare, allinearsi e rispecchiare, diventano così le nuove basi del buon oratore.

Essere uditi è diverso da essere ascoltati, che a sua volta è diverso da essere capiti. Iniziare a prendere consapevolezza di queste distinzioni innesca una reazione a catena che apre un’infinità di nuove possibilità di azione. Questo cambio di prospettiva, per me, è stato una vera esperienza Satori. Mi sono sentito come quell’essere bidimensionale che per la prima volta riusciva ad avere una vaga idea del tridimensionale, così come magistralmente descritto nel fantastico libretto di Flatlandia. Parafrasando un concetto di Roland Barthes, direi che ho aggiunto la mia ottusità all’acutezza di ciò che sapevo prima e tutto è divenuto più lineare.

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