Nel loro libro, a mio parere rivoluzionario, “Il corpo consapevole, un approccio somatico ed evolutivo alla psicoterapia“, la terapista della Gestalt Ruella Frank e la psicoanalista Frances La Barre,  affermano che il repertorio di movimenti che sviluppa progressivamente il feto e il neonato, nel primo anno di vita, è alla base del linguaggio, e quindi del pensiero, e quindi della coscienza che avrà di sé e del mondo.

Le dottoresse offrono ai lettori un’analisi dettagliata di sei movimenti di base, responsabili dello sviluppo ontogenetico dell’apprendimento e, di conseguenza, identitario. Attraverso queste sei angolazioni, è possibile rivedere e comprendere, sotto una nuova luce, la logica e l’importanza di questo regno non verbale originario.

Vediamoli singolarmente:

1. YIELDING WITH, inteso come CEDERE o appoggiarsi,01 Ruella_yielding whit è il risultato della pressione del feto sulla placenta. Alla conclusione del primo trimestre di gravidanza, dopo la formazione del sacco amniotico e della placenta, l’avvio dell’organogenesi e la comparsa e l’allungamento degli arti, l’embrione diventa feto, misura 6,5 centimetri, pesa circa 73 grammi circa e ancora non si muove. Dal secondo trimestre in poi inizierà a muoversi, galleggiando nel liquido amniotico, tuttavia sarà solo quando entrerà in contatto con la parete uterina che il feto inizierà a percepirsi. Quel contatto con la periferia di noi stessi diventa una prova di esistenza o, per lo meno, che abbiamo un corpo. Le parti in contatto con ciò che il feto tocca e ciò da cui viene toccato è la prima differenza che genera l’informazione di un “qui”, un luogo che include un soggetto che lo esperisce. Questo spostamento unidirezionale primordiale, che permette il contatto, diviene un un pattern, ossia una configurazione di stimoli che si presentano a costituire un’unità percettiva.  Questo pattern cinetico può essere inteso come un verbo che, in quanto tale, indica una azione. Questo verbo è appunto CEDERE, o appoggiarsi, che l’individuo successivamente utilizzerà per stare, affidarsi, venir meno, arrendersi, indietreggiare, ritirarsi, cadere, rinunciare, abbandonare, adattarsi.  Secondo tale modello, a questo pattern si associano anche gli aggettivi correlati a questi verbi. Cedevole, ad esempio, può essere inteso come qualità di non resistenza a una spinta, come modalità di adattamento. Una persona “cedevole”, a yielding person, è una persona che, quando lo reputa utile o necessario, sa cambiare il modo in cui si comporta o affronta la realtà.

2. PUSHING AGAINST, inteso come SPINGERE, è 02 Ruella_pushingsempre il risultato della pressione del feto sulla placenta, tuttavia, si tratta di un feto più grande che sente il suo movimento ostacolato da uno spazio ridotto. Se il cedimento è uno stare in contatto con un punto, nella spinta i punti diventano due, la superficie di appoggio e quella di spinta, e il movimento avviene opponendosi ad una forza contraria. Ogni volta che muovo il mio peso, infatti, trovo una resistenza, ossia un qualcosa che si oppone al mio movimento, che altrimenti affonderebbe nel vuoto. Queste forze opposte creano una linea, materializzando i concetti di vicino e lontano. Nello spingere, l’esperienza di questa linearità tra forze opposte è fatta di due dimensioni, attrazione e repulsione. Il contatto di uno dei miei arti (testa, base del bacino, braccia, gambe) reso possibile dalla spinta, organizza il corpo dell’individuo, evidenziandone le relazioni e le dinamiche spaziali. Ciò che si percepisce nelle periferie, le parti in contatto con ciò che toccano e ciò che li tocca, fa emergere l’idea di un centro, qualcosa che unifichi le parti, da poter muovere, in un “qui” che ha guadagnato un “ora”. Questo spostamento bidirezionale primordiale è un verbo che esprime una forma di azione che l’individuo successivamente utilizzerà nel reagire rispetto a qualcosa che minaccia la sua integrità, un disequilibrio o una differenza. Saper cedere e spingere diverranno movimenti fondamentali nella gestione del conflitto, nel ripristinare un equilibrio, nel manifestare assertività.

3. REACHING FOR, inteso come RAGGIUNGERE o 03 Ruella_reachingavvicinarsi, è il primo movimento del neonato. Uscito dal ventre materno, il bambino è immerso in un mondo di cose nuove e lontane. Il risultato è lo sviluppo di un movimento espansivo, curioso, che cerca reciprocità, interazione con il suo ambiente. Andare verso qualcosa che, mano a mano, si definisce sempre di più. Il primo oggetto per eccellenza che si raggiunge, è il seno. Se non si utilizza una base solida, una combinazione equilibrata di cedimento e spinta, il raggiungimento può trasformarsi in un superamento o in un rovesciamento. Allo stesso tempo, se il movimento si ferma al raggiungimento e non prosegue nell’afferrare, la persona rimane bloccata in una sorta di dipendenza dall’esterno, verso cui protende le braccia, la mente e il cuore. Una sorta di impotenza/devozione, verso ciò che viene o non viene da fuori. La frustrazione dei tentativi di raggiungere o avvicinarsi, spinge il bambino ad aggrapparsi alla prossimità e a perdere quella confidenza esplorativa tipica delle forme di attaccamento insicuro ambivalente, descritto da Mary Ainsworth.

4. GRASPING ONTO,  inteso come AFFERRARE, aggrapparsi, 04 Ruella_graspingtirarsi su, è la capacità che permette al bambino di prendere realmente possesso dell’oggetto di interesse e scoprire un altro tipo di soddisfazione e quindi di bisogno. Una volta raggiunto quel qualcosa, quel seno di cui sopra, ha la possibilità di tenerlo tra le mani, manipolarlo a  piacimento, o quasi, aggrappandosi a lui. Afferrando il tempo si dilata e ciò rende possibile conosce ulteriormente l’oggetto, creando le connessioni necessarie al mantenimento della presa. In questo modo, la base su cui l’individuo si appoggia, il qui dello YIELDING WITH, viene usata per spingere e passare dal qui e ora al lì e allora dello PUSHING AGAINST, individuando e raggiungendo quel qualcosa, presente nell’ambiente fisico e mentale, attraverso la coordinazione del REACHING FOR. Solo ora, in prossimità dell’oggetto, il soggetto potrà cercare di afferrarlo attraverso la padronanza del GRASPING ONTO. Questa destrezza a che vedere con una conoscenza approfondita e concreta dell’altro da me.  Afferrare significa letteralmente “impugnare un ferro”, una specie di gancio, di ancora, di fiocina, qualcosa in grado di aggrappare l’altro, di acchiapparlo, prenderlo al cappio.

5. PULLING TOWARD, inteso come TIRARE verso sé, è 05 Ruella_pullingun movimento che ci permette di “recepire” e di “essere recepiti”. In questo senso parla di inclusione, di accoglienza e di unione ma anche di selezione, di separazione, di rifiuto. Tirare verso, infatti è un modo diverso di andare verso e, per dirla in latino, di ad-gradere, da cui deriva il termine   aggressività. Anche il bambino, infatti, passata la fase in cui si beveva più o meno tutto ciò che gli davano, inizia a tirare a se, a tirare fuori i denti e mordere, rendendo se stesso più incisivo e il mondo più assimilabile. Da bambini, la bocca è la parte del corpo che per prima svolge questa funzione, veicolando la respirazione (in out), l’alimentazione (suzione prima e poi masticazione), l’esplorazione (tatto e gusto) e la comunicazione (dai vagiti alle prime parole). Grazie alla bocca iniziamo a distinguere ancora meglio l’oggetto che afferriamo, capendo se è buono o cattivo per noi, se ha un buon sapore, se è interessante a livello tattile e se soddisfa il nostro appetito. Da adulti, alla bocca si aggiungono molte altre parti del corpo e almeno due modalità astratte utili a discriminare il passato (emozioni) e il futuro (pensieri). In entrambe i casi si tratta di un’azioni pienamente consapevole di portare il mondo verso di noi, e quindi dentro di noi, o, viceversa, di tirarci dentro, ossia di portarci nel mondo per farne parte. Per integrare pienamente qualsiasi esperienza, infatti, è necessario farla propria, tirarla a se, trarne dei benefici o delle conseguenze, liberare il potenziale creativo e trasformativo adattandola e rendendola assorbibile, memorizzabile e organizzarle e utilizzabile a nostro piacimento. Per selezionare le informazioni, memorizzarle, classificarle e organizzarle ad arte e creare dei veri e propri manicaretti personalizzati, il semplice afferrare è limitato. E’ come studiare senza farne pratica.

6. RELEASING FROM, inteso come LASCIAR ANDARE 06 Ruella_releasingda, è il movimento finale, quello in cui si perde il potere sull’altro da sé e si guadagna una visione meno egocentrica della realtà.  Dopo l’incorporazione c’è il fisiologico “lasciar andare”. Ciò che va in primo piano, ora, è un “io” ben differenziato che si diffonde e si allarga, dopo un’esperienza di relativa fusione. Quello che prima era un “io” e un “tu”, un po’ disorganizzato, diventa “io / tu”, a volte noto come “noi”. Lasciar andare quindi ripropone l’esperienza di abbandonarsi che c’era nell’appoggio intrauterino, tuttavia con alcune differenze. L’eccitazione diminuisce e la figura si chiude e va sullo sfondo. Nel qui e ora di questa esperienza di lasciar andare c’è il supporto di ciò che c’era, l’esperienza passata in cui si ritrova un nuovo adesso, simile e innegabimente trasformato. Lasciar andare è riuscire a cambiare la propria visione del mondo, aprirsi all’imprevisto senza dover combattere costantemente o illudersi di poterlo evitare. Lasciar andare fa anche rima con accettazione, perdono e talvolta richiede di elaborare un lutto. Come il paracadutista che vola in cielo, lasciarsi andare è un vero “atto di fede” nella vita, tuttavia non si tratta di arrivare a gesti così estremi ma di comprendere come talvolta rimaniamo intrappolati in pensieri ed emozioni dolorose, non è necessari, e ce possiamo lasciar andare. L’incapacità di accettare gli eventi, rimanendone aggrappati, soprattutto quelli che ci fanno soffrire, genera sofferenza che può continuare per tutta la vita.

Lais e danza terapiaCome accennato in un articolo precedente, ho utilizzato queste modalità psico-motorie come proposta terapeutica all’interno di esperienze di teatro terapia e di movimento autentico. I risultati hanno confermato l’efficacia dei sei movimenti nel permettere di esplorare sia le loro risposte comportamentali coscienti che aspetti più profondi legati a unità percettive e di senso – pattern, frame, meme – acquisiti inconsapevolmente, a caratteristiche di personaltà, a stili relazionali ed elementi identitari.

Ulteriore elemento degno di nota, è la possibilità di sostenere e rafforzare, attraverso il movimento, quelle modalità che per una ragione o un’altra la persona sente deficitarie. Il corpo, in questo caso, non solo parla ma agendo educa, insegna, accompagna.

Consiglio, quindi, l’utilizzo dei sei movimenti sia per permettere al corpo di farsi portavoce della mente che mentore, tutor e coach.