A volte può capitare di avere una sensazione di vuoto, di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, un muro dietro le spalle o di trovarsi in un vicolo cieco o in una situazione di impasse. In questi momenti, dove di solito regna una stasi inesorabile, un silenzio assordante o un buio fitto, la prima reazione è il disorientamento, l’imbarazzo, l’ansia, la paura o il panico. La seconda reazione, più frequente e adattivamente giustificata, è molto spesso la fuga o l’attacco. In entrambe i casi l’obiettivo è riempire il vuoto, ritornando alla normalità, evitandolo o ricoprendolo.  Fuor di metafora, ciò può accadere in vari modi: facendo finta di nulla, salvare le apparenze, cambiare argomento, distrarsi e andare avanti, magari razionalizzando superficialmente sull’accaduto, o chiudere la questione. Un’altra possibilità è quella di farsi coraggio, sospendere il giudizio e aprirsi all’ignoto inquietante.

La psicoterapia della Gestalt parla di “vuoto fertile”, associando questi casi a momenti di dissonanza cognitiva, in cui qualcosa di diverso, che si scosta dall’immaginabile e che non fornisce alcun tipo di appiglio, una sorta di voragine senza fondo, si manifesta di fronte a noi, paralizzandoci o spingendoci a fare un balzo indietro. Questo baratro è in realtà una discrepanza portatrice di novità, un buco in quel velo di Maya di cui parlava Schopenhauer, una falla nella Matrix dei fratelli Wachowski, che apre su dimensioni più reali della precedente.

Certo, non sempre la novità, come d’altronde la realtà, è piacevole e desiderabile, a volte è opportuno evitare rischi e non sempre è necessario sapere e provare tutto, e poi, d’altronde, chi ce lo fa fare?

Altre volte però, l’eccesso di cautela e  di controllo, il timore dell’ignoto, l’ordinarietà o la mancanza di fiducia, se da un lato ci proteggono, dall’altro bloccano e isolano le nostre vite, facendo di quel baratro il fossato della nostra tomba dorata. In questo caso è proprio la voglia, o la necessità, di stare meglio che ci spinge a superare i nostri limiti, a lasciare il divano della nostra Zona di Comfort, oramai non più così comodo, per avvicinarci alla Zona di Panico quanto basta per cercare di innescare un cambiamento.

Zona di Panico

La Zona di Apprendimento è una zona di stretching in cui favorire un allungamento capace di colmare quel baratro in maniera progressiva. Quando c’è qualcosa che non quadra e rispetto a cui sentiamo la necessità di posizionarci, quando la realtà conosciuta non ci sostiene più e ciò che ci rassicurava sembra essere scomparso, quando neanche i sogni e le illusioni ci confortano perché hanno perso quel poco di verosimiglianza che li rendeva appetibili, allora forse potremmo rischiare di rendere fertile quel vuoto.

In fondo, in natura il vuoto non esiste, è solo un modo per dare un nome a qualcosa che sembra non esserci eppure esiste. Lo stesso avviene in psicologia, e può essere sperimentato evitando di rispondere o di reagire velocemente a qualche stimolo, non riempire quel lasso di tempo e restare in ascolto. Superando quel momento imbarazzante e restando in ascolto di cosa ci da piacere o dispiacere in quel momento, allora potremmo riuscire ad accedere alla cosa di cui abbiamo bisogno, materializzare il vuoto che abbiamo dentro e trovare nuove possibilità di appagamento.

Come diceva Ovidio:

«Lascia che il tuo amo sia sempre in acqua: nella pozza in cui meno te l’aspetti ci sarà un pesce»

Questo procedimento può essere contro-intuitivo, soprattutto per chi ha fretta o per chi è tendenzialmente un “problem solver”, ossia più interessato alla soluzione che al problema. In questi casi è la persona a modificare il mondo. Nel vuoto fertile, è il mondo a modificare la persona, è il lasciarsi attraversare che permette di attraversare, è la fiducia e la mancanza di controllo, anche parziale, che crea la realtà.

La buona notizia è che non è necessario sottoporsi a terapie d’urto, costringersi ad avere fede in qualcosa in cui non si crede o rimproverarsi fino allo stremo per superare i propri limiti e vertigini. Uno degli obiettivi di Psychopop, ad esempio, è proprio quello di creare degli ambienti pensati su misura, in cui sperimentarsi in tutta sicurezza, modulando la quantità di vuoto con cui confrontarsi.

L’obiettivo è permettere alle persone di stare dentro la distanza tra il noto e l’ignoto, abitarla, creare uno spazio creativo dove possa succedere qualcosa. In questi luoghi della mente, la discrepanza si fa narrazione, la narrazione si fa senso, il senso direzione e la direzione strada percorribile.