Perché Psychopop
Oggi più di ieri, onde massive di obsolescenza socioculturale minacciano la capacità del singolo, dei gruppi e delle organizzazioni, di destreggiarsi tra le sempre più frequenti e rapide trasformazioni ambientali. Come esseri umani, il nostro impatto ambientale squilibrato impone un cambio di paradigma che favorisca un passaggio evolutivo in chiave eco-sistemica. La psicologia, come scienza del comportamento riconosciuta come professione socio-sanitaria, è chiamata sia rispondere che a interrogarsi, su questi temi di attualità.
Aprirsi al mondo, permeando le mille sfaccettature delle relazioni personali, farsi sapere di base e pratica popolare, nel lavoro e nel tempo libero, diviene un contributo importante e sempre più necessario per rivedere e aggiornare le funzionalità psicologiche individuali, di coppia, di gruppo e sociali, in maniera pragmatica, non violenta, sostenibile e benefica.
Un po’ di storia
Nel 1500 nacque il termine “psicologia“, così come lo intendiamo oggi, anche se fu solo nell’Ottocento che divenne una disciplina scientifica autonoma, distinta dalla filosofia e dalla medicina. Da allora, il suo riconoscimento clinico, all’interno delle scienze umane, ha ottenuto un’interesse crescente nella società.
Negli anni ’50 nasce il termine “pop“, dall’inglese “popular” ossia “popolare” in italiano, per descrivere produzioni artistiche e manifestazioni che hanno avuto una vasta diffusione di massa, in particolare dalla seconda metà del XX secolo in poi. Il termine ha le sue radici nella musica folk e nel rock and roll, di quegli anni, definito anche “pop music”, e si è sviluppato rapidamente negli anni ’60, anche grazie al movimento artistico della “pop art”. In Italia, il ha iniziato a essere usato per distinguere, in ambito musicale, i nuovi gruppi della crescente industri discografica dalle forme più tradizionali della “canzonetta”. In linea di massima, quindi, il pop valorizza l’ordinario, anche il banale o il kitsch, trasformandolo in linguaggio condiviso, spesso con ironia e leggerezza, ma anche con una sottile critica culturale.
La psicologia diventa “popolare”, in senso culturale e intellettuale, con Freud che pubblica diversi libri destinati anche a un pubblico non specialistico, come “Introduzione alla psicoanalisi” (1917). La psicoanalisi entra nei caffè letterari, nei salotti borghesi, nelle università e nella produzione artistica dell’era moderna ma non arriva ancora alle masse. È solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, che avviene la vera esplosione “pop”, prima negli Stati Uniti e poi in Europa. La “psicologia popolare” arriva nelle fabbriche, nelle scuole e nei contenuti trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa. Nascono le terapie brevi, la psicologia umanistica, il self-help, la figura del counselor e il linguaggio psicologico entra nel linguaggio quotidiano. A volte questa diffusione distorce o banalizzata i suoi contenuti e le sue pratiche, altre alimenta la contro-cultura politica, sociale e spirituale degli anni ’60, contribuendo alla revisione del comportamento umano e dell’interazione sociale postmoderna, in occidente.
Attualmente, la psicologia ha abbandonato l’idea di proporsi come scienza quantitativa unitaria e ha notevolmente smussato i suoi lati contro-culturali e di antipsichiatria, lasciando parzialmente irrisolta l’integrazione tra approcci, modelli e professioni. L’aver acquisito un maggior potere, all’interno delle istituzioni, permette alla psicologia di svolgere un importante lavoro di cuscinetto per aiutare la società contemporanea a mantenere i suoi equilibri.
“…il vero impatto della psicologia si farà sentire, […] attraverso i suoi effetti sul pubblico in generale, attraverso una nuova e diversa concezione pubblica di ciò che è umanamente possibile e ciò che è umanamente desiderabile”.
George Armitage Miller (1969).
Il rischio, di questo impatto , è quello di smarrire il potenziale trasformativo della psicologia come scienza dialogica. Anziché favorire un salto di paradigma – dal dominio alla coesistenza, dalla prestazione alla presenza – si ritrova spesso ad affinare strumenti di adattamento individuale a sistemi collettivi disfunzionali, riducendo il disagio a una questione personale da gestire con tecniche standardizzate. L’assenza di dialogo e di definizione di ambiti e competenze d’intervento, tra professioni della relazione di aiuto (psicoterapeuti, psicologi, counselor, coach, ecc), non fa che alimentare l’ambiguità del termine psicologia e il disorientamento dei suoi pazienti e clienti, reali e potenziali.
In questo scenario, nel 2015, nasce PsychoPop, come spazio d’azione, ascolto e riflessione per una psicologia d’avanguardia capace di:
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Rendere accessibili i concetti psicologici – vecchi e nuovi – citandone le fonti e contrastando semplificazioni fuorvianti;
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Fare chiarezza sul panorama delle figure mediatiche, presentate o non presentate come professionisti della relazione d’aiuto, promuovendo uno sguardo critico e consapevole sulle molteplici fonti di guarigione e auto-guarigione oggi disponibili.
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Valorizzare i saperi “leggeri”, pensati per la divulgazione pubblica: manuali, metodi e strumenti che, al di là del riconoscimento istituzionale, appartengono al patrimonio psico-socio-culturale comune;
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Favorire una trasformazione consapevole, culturale e relazionale, che aiuti individui e collettività ad affrontare le sfide di un mondo in rapida evoluzione, con più fiducia, connessione e senso.
Consapevole delle minacce e delle opportunità di sviluppare un “senso comune” che diventi “buon senso”, PsychoPop raccoglie la sfida di partire dalla psicologia popolare per restituire alla psicologia stessa il suo essere “logos”, ossia ragione e discorso al tempo stesso, e “dialogos”, ossia mezzo tra le ragioni. La sfida è raccolta facendo incontrare i saperi racchiusi nelle università, nelle scuole di specializzazione, nei laboratori di ricerca e negli studi privati, con quelli dell’opinione pubblica, con le sue credenze, le sue preoccupazioni e le sue nuove forme di benessere, anche ingenue. Se oggi, come dicevamo, è davvero conveniente o necessario combattere l’obsolescenza, è fondamentale che la psicologia sappia confrontarsi con le evidenze dei suoi tempi. E’ nostra convinzione che rendere la psicologia popolare, in generale, significa abilitarla, renderla ecumenica, ecologica, evitando che venga svalutata a semplice metodo prescrittivo e di controllo mentale, affettivo e comportamentale dell’individuo e della società.
La gente arriva a credere non sulla base di prove, ma in base a quello che trova attraente.